Lo scorso settembre è uscito per epops Music l’EP The Flow di Igor Longhi.

Il lavoro è stato dapprima reso disponibile on line nella versione digitale e in seguito, a ridosso del Natale, in un ricco cofanetto composta da cd + DVD. L’album è composto da sei brani strumentali che non mancheranno di piacere agli estimatori di Ludovico Einaudi e Giovanni Allevi: temi semplici ma non banali, eseguiti con classe e leggerezza.

La struttura del disco, di più, la sua stessa natura sono all’insegna del minimalismo, di una sorta di destrutturazione musicale volta unicamente a trasmettere un ininterrotto flusso di emozioni – in tal senso il titolo dell’EP ci sembra quasi programmatico – nell’ascoltatore. Ma non si pensi a un lavoro monocorde, all’insegna solo della leggerezza. Ascoltate ad esempio la traccia numero 5, Mistery, vibrante di una segreta tensione, nella quale è possibile cogliere perfino qualche eco del primo Mike Oldfield (quello di Tubular Bells, per intenderci).

Approfittando della recente pubblicazione del cofanetto di The Flow, abbiamo rivolto qualche domanda al talentuoso musicista.

Dal reggae alla musica – come vogliamo definirla, neoclassica? – il passo sembra lungo. Come sei approdato a questa nuova sponda musicale?
Più che un approdo, lo definirei un ritorno alle origini. Mi sono avvicinato al pianoforte in tenera età e ho compiuto gli studi classici al conservatorio di Trieste. Poi le prime band, da adolescente, prettamente rock e prog… Nel 2002 inizia la mia esperienza nel mondo del reggae con i Makako Jump, esperienza che mi ha portato poi a girare tutta Europa, condividendo il palco con alcuni nomi molto grossi della scena, e a co-produrre quattro album e due EP.
In tutti questi anni, il pianoforte è stato per me un confidente a cui raccontavo le mie emozioni, e con il quale cercavo di tradurle in musica… qualcosa di molto introspettivo.
Poi, nel 2014, ho voluto dire la mia come artista riguardo il mancato riconoscimento dei diritti fondamentali alle coppie omosessuali, e così ho realizzato – grazie a una campagna di crowdfunding – un cortometraggio, utilizzando come colonna sonora un mio brano di pianoforte.
Ora ho deciso di raccogliere queste mie storie in un EP, e magari entro la fine del 2016 far uscire un album completo.

Igor Longhi, The Flow

L’album The Flow di Igor Longhi

Einaudi nei suoi ultimi album sta utilizzando anche strumenti elettronici. Pensi di farlo anche tu in futuro?
Ritengo che le contaminazioni e le sperimentazioni siano fondamentali nella musica… Grazie alla collaborazione di un altro artista (Andrea Moletti), un primo esperimento di fusione tra effetti, sintetizzatori, musica elettronica e il pianoforte da solo, vedrà la luce grazie al remix in chiave electro della title track.
Detto questo, credo che nell’immediato futuro continuerò a scrivere la mia musica utilizzando soltanto il pianoforte e, forse, degli archi a sottolineare qualche passaggio. Mi piace molto questa dimensione minimalista… mi permette di avere un rapporto molto stretto con il pianoforte.

Qual è il tuo rapporto con il mondo discografico, alle prese come sappiamo con mutamenti epocali quali la scomparsa del supporto fisico e la prepotente affermazione delle piattaforme di streaming?
Negli ultimi quindici anni il mercato discografico è cambiato moltissimo. Ora la musica è fruibile gratuitamente o quasi, da chiunque e su qualsiasi dispositivo.
Grazie a piattaforme come Spotify, Deezer e iTunes, smart TV, autoradio ipertecnologiche, cellulari, ecc., l’ascoltatore è in grado di portare ovunque intere discografie di artisti. Quindi il supporto fisico, il CD, sta diventando un oggetto quasi da collezione.
Io stesso utilizzo moltissimo i canali di streaming per ascoltare musica. E questo mi permette ad esempio di scoprire nuovi autori o nuove versioni di brani già conosciuti, e quindi di allargare il mio orizzonte, e di acquistare CD che altrimenti non avrei mai acquistato.

Sei molto impegnato nel sociale. Quale ruolo pensi possa giocare la musica in tale ambito?
La musica gioca un ruolo fondamentale, proprio perché attraverso di essa si riesce ad arrivare alla parte più profonda dell’essere umano, quella dove risiedono e nascono le emozioni. Spesso le parole non bastano ad esprimere le cose, sono in qualche modo “deboli”. Ecco, la musica ha il potere di colmare i vuoti lasciati dalle parole e rafforzare i concetti che si vogliono esprimere. Dove c’è musica c’è aggregazione, c’è scambio, c’è pensiero.

Una domanda scomoda: al giorno d’oggi può un musicista vivere “solo” della sua musica?

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